Orsigna, il cammino e l’albero
con gli occhi. Non siamo soli, nel mondo.
Ricordo abbastanza bene la prima
volta che vidi immagini di Orsigna.
Era tarda sera, quasi notte, ed
ero seduto sonnecchiante sul divano della casa dei miei genitori, a Parma.
Probabilmente si trattava di un
venerdì sera ed ero arrivato così stanco da Roma, città in cui vivevo e
lavoravo, da non riuscire ad uscire con i miei amici.
A poco tempo dalla scomparsa
veniva trasmesso un documentario su Tiziano Terzani, in particolare sull’ultimo
periodo della sua vita, accompagnato dal male, trascorso proprio sulla montagna
pistoiese.
Orsigna è la meta finale, nel
film “la Fine è il mio inizio”, in
cui il figlio Folco parte da New York in aereo, arriva poi al treno ad alta
velocità, prende la ferrovia Porrettana ed infine la corriera per l’Orsigna.
Scriveva Terzani, nel libro
omonimo, a proposito della sua giovinezza nel borgo: « A
quel tempo l'Orsigna era ancora piena di gente. La guerra era appena finita e
gli uomini facevano i boscaioli nelle montagne di là del fiume. Facevano cose
incredibili! Legavano un cavo di ferro nella montagna di fronte, poi a spalla,
attraversando il fiume, lo portavano da questa parte, lo legavano in piazza, lo
mettevano in tensione e dall'altro versante facevano partire i carichi di legna
attaccati ad un uncino. Arrivavano a velocità spaventosa ed andavano a sbattere
contro un copertone. A volte quei pazzi ci si legavano loro stessi. Lo ricordo
come se fosse ora. (...) una volta uno si distrasse fra un carico e l'altro e
finì schiacciato in piazza. »
Una volta trasferitomi a Pistoia Orsigna
è stato uno dei posti che ho voluto vedere per primo, anche se un po’ di
sfuggita e di fretta e, soprattutto, una prima volta, con la macchina.
Così, l’estate scorsa, non privo
di compagnia nel viaggio e nel cammino, ho approfittato di una giornata libera
per percorrere il cosiddetto percorso verso l“albero con gli occhi”, un
sentiero di circa un’ora e mezzo che si incunea tra panorami stupendi e
profondi.
Superato il Molino di Berto ed entrati
nella vegetazione è capitato, a metà del cammino, di incontrare un “vecchio”
residente, scambiare alcune parole e ascoltare la genesi del borgo di poche
case incontrato tra un frammento di bosco e l’altro: Case Moretto, una
bellissima frazione risalente a pochi anni dopo l’unità d’Italia, in cui le
abitazioni avevano seguito gli spartani rifugi dei pastori.
Ad un certo punto inizia il c.d. “sentiero
di Tiziano” che conduce al ciliegio che è il famoso “albero con gli occhi”, una
pianta cui Terzani aveva attaccato degli occhi di vetro per mostrare al
nipotino come vi fosse “vita” anche nella vegetazione.
Sull’albero sono incastonati tanti
messaggi di carta, come di pietra: poiché non vi sono solo le frasi a
raccontare le emozioni di chi è passato di qui, ma anche tante improvvisate
piccole sculture di sassi.
Orsigna è la frazione del Comune di
Pistoia più distante dal capoluogo, ad un passo dalla mia Emilia e deve,
probabilmente, il proprio nome agli orsi che fino al ‘600 abitavano queste
terre, L’orso, il micco, in pistoiese, è tutt’ora il simbolo della città e del
suo controverso palio.
Lo sguardo si allarga sulla valle e sul
mondo, ritorna alla città.
Credo sia difficile comprendere Pistoia,
senza la sua anima collinare e montana, senza le sue strade che portavano verso
Modena e Bologna, senza gli antichi mestieri e le radici di tanti abitanti
scesi a valle.
Non è facile continuare a vivere qui, sulla montagna, per
tutto l’anno.
Per molti è “antieconomico”, per altri,
più comprensibilmente, semplicemente duro.
Ma come scriveva Terzani in “Un altro giro di giostra”: “l’economia con
la sua pretesa di scientificità si sta mangiando la nostra civiltà e sta
creando intorno a noi un deserto dal quale nessuno sa come uscire”.
Ma, continuava Terzani: “Il mondo c’è!”.
E, nel “palcoscenico del mondo”, come ci
stiamo accorgendo, volenti o nolenti, non ci siamo solo noi occidentali, ci
sono anche gli “altri”.
Non dobbiamo averne paura, ma coscienza: in
fin dei conti, significa, soprattutto che, nel mondo, non siamo soli.
Francesco Lauria
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